Vittorio Alfieri – Bruto II – Atto secondo – Scena terza


BRUTO, CICERONE, CASSIO, CIMBRO.
CICERONE
Sí tardo giunge a cotant’alto affare
Bruto?…
BRUTO
Ah! primiero io vi giungea, se tolto
finor non m’era…
CIMBRO
E da chi mai?
BRUTO
Pensarlo,
nullo il potria di voi. Parlarmi a lungo
volle Antonio finora.
CICERONE
Antonio?
CASSIO
E il vile
satellite di Cesare otteneva
udienza da Bruto?
BRUTO
Ebbela, e in nome
del suo Cesare stesso. Egli abboccarsi
vuol meco, ad ogni patto: a lui venirne
m’offre, s’io il voglio; o ch’egli a me…
CIMBRO
Certo, ebbe
da te ripulsa…
BRUTO
No. Cesare amico,
al cor mio schietto or piú terror non reca,
che Cesare nemico. Udirlo io quindi
voglio, e fra breve, e in questo tempio stesso.
BRUTO
Ma, che mai vuol da te?
CASSIO
Comprarmi; forse.
Ma in Bruto ancor, voi vi affidate, io spero.
CASSIO
Piú che in noi stessi.
CIMBRO
Affidan tutti in Bruto;
anco i piú vili.
BRUTO
E a risvegliarmi, in fatti,
(quasi io dormissi) infra’ miei passi io trovo
disseminati incitatori avvisi:
brevi, forti, romani; a me di laude
e biasmo in un, come se lento io fossi
a ciò che vuol Roma da me. Nol sono;
ed ogni spron mi è vano.
CASSIO
Ma, che speri
dal favellar con Cesare?…
CICERONE
Cangiarlo
tu speri forse…
BRUTO
E piacemi, che il senno
del magnanimo Tullio, al mio disegno
si apponga in parte.
CASSIO
Oh! che di’ tu? Noi tutti,
lungamente aspettandoti, qui esposto
abbiamo a lungo il parer nostro: un solo
fummo in Cesare odiar, nell’amar Roma,
e nel voler morir per lei: ma fummo
tre diversi nel modo. Infra il tornarne
alla civile guerra; o il popol trarre
d’inganno, e all’armi; o col privato ferro
svenar Cesare in Roma; or di’, qual fora
il partito di Bruto?
BRUTO
Il mio? – Nessuno,
per or, di questi. Ove fia vano poscia
il mio, scerrò pur sempre il terzo.
CASSIO
Il tuo?
E qual altro ne resta?
BRUTO
A voi son noto:
parlar non soglio invan: piacciavi udirmi. –
Per sanarsi in un giorno, inferma troppo
è Roma ormai. Puossi infiammar la plebe,
ma per breve, a virtú; che mai coll’oro
non si tragge al ben far, come coll’oro
altri a viltá la tragge. Esser può compra
la virtú vera, mai? Fallace base
a libertá novella il popol guasto
sarebbe adunque. Ma, il senato è forse
piú sano? annoverar si pon gli schietti;
odian Cesare in core i rei pur anco,
non perch’ei toglie libertade a tutti
ma perché a lor, tiranno unico, ei toglie
d’esser tiranni. A lui succeder vonno;
lo abborriscon perciò.
CICERONE
Cosí non fosse
come vero è, pur troppo!
BRUTO
Ir cauto il buono
cittadin debbe, infra bruttura tanta,
per non far peggio. Cesare è tiranno;
ma non sempre lo è stato. Il vil desio
d’esser pieno signore, in cor gli sorge
da non gran tempo: e il vile Antonio, ad arte,
inspirando gliel va, per trarlo forse
a sua rovina, e innalzar sé sovr’esso.
Tali amici ha il tiranno.
CASSIO
Innata in petto
la iniqua brama di regnar sempr’ebbe
Cesare…
BRUTO
No; non di regnar: mai tanto
non osava ei bramare. Or tu l’estimi
piú grande, e ardito, che nol fosse ei mai.
Necessitá di gloria, animo ardente,
anco il desir non alto di vendetta
dei privati nemici, e in fin piú ch’altro,
l’occasion felice, ivi l’han spinto,
dove giunge ora attonito egli stesso
del suo salire. Entro il suo cuor può ancora
desio d’onor, piú che desio di regno.
Provar vel deggio? Or, non disegna ei forse
d’ir contra i Parti, e abbandonar pur Roma,
ove tanti ha nemici?
CIMBRO
Ei mercar spera
con l’alloro dei Parti il regio serto.
BRUTO
Dunque a virtú, piú assai che a forza, ei vuole
del regio serto esser tenuto: ei dunque
ambizioso è piú che reo…
CASSIO
Sue laudi
a noi tu intessi?…
BRUTO
Udite il fine. – Ondeggia
Cesare ancora infra se stesso; ei brama
la gloria ancor; non è dunqu’egli in core
perfetto ancor tiranno: ma, ei comincia
a tremar pure, e finor non tremava;
vero tiranno ei sta per esser dunque.
Timor lo invase, ha pochi dí, nel punto
che il venduto suo popolo ei vedea
la corona negargli. Ma, qual sia,
non è sprezzabil Cesare, né indegno
ch’altri a lui schiuda al ravvedersi strada.
Io per me deggio, o dispregiar me stesso,
o lui stimar; poiché pur volli a lui
esser tenuto io della vita, il giorno
ch’io ne’ campi farsalici in sue mani
vinto cadeva. Io vivo; e assai gran macchia
è il mio vivere a Bruto; ma saprolla
io scancellar, senza esser vil, né ingrato.
CICERONE
Dell’armi è tal spesso la sorte: avresti
tu, se il vincevi, la vittoria seco
pure usata cosí. Non ebbe in dono
Cesare stesso anch’ei sua vita, a Roma
or sí fatale? in don la vita anch’egli,
per grazia espressa, e vieppiú espresso errore,
non ricevea da Silla?
BRUTO
È vero; eppure
mai non mi scordo i beneficj altrui:
ma il mio dover, e la mia patria a un tempo,
in cor ben fitti io porto. A Bruto, in somma,
Cesare è tal, che dittator tiranno,
(qual è, qual fassi ogni dí piú) nol vuole
Bruto lasciare a patto nullo in vita;
e vuol svenarlo, o esser svenato ei stesso…
Ma, tale in un Cesare a Bruto appare,
che libertade, e impero, e nerbo, e vita
render, per ora, ei solo il puote a Roma,
s’ei cittadin ritorna. È della plebe
l’idolo giá; norma divenga ai buoni;
faccia de’ rei terrore esser le leggi:
e, finché torni al prisco stato il tutto,
dal disfar leggi al custodirle sia
il suo poter converso. Ei d’alti sensi
nacque; ei fu cittadino: ancor di fama
egli arde: è cieco, sí; ma tal lo han fatto
sol la prospera sorte, e gli empj amici,
che fatto gli hanno della gloria vera
l’orme smarrire. O che il mio dire è un nulla;
o ch’io parole sí incalzanti e calde
trar dal mio petto, e sí veraci e forti
ragion tremende addur saprogli, e tante,
ch’io sí, sforzar Cesare spero; e farlo
grande davvero, e di virtú sí pura,
ch’ei sia d’ogni uom, d’ogni Romano, il primo;
senza esser piú che un cittadin di Roma.
Sol che sua gloria a Roma giovi, innanzi
io la pongo alla mia: ben salda prova
questo disegno mio, parmi, saranne. –
Ma, se a Cesare or parla indarno Bruto,
tu il vedi, o Cassio con me sempre io ’l reco;
ecco il pugnal, ch’a uccider lui fia ratto,
piú che il tuo brando…
CICERONE
Oh cittadin verace!
Grande sei troppo tu; mal da te stesso
tu puoi conoscer Cesare tiranno.
CASSIO
Sublime Bruto, una impossibil cosa,
ma di te degna, in mente volgi; e solo
tentarla puoi. Non io mi oppongo: ah! trarti
d’inganno appien, Cesare solo il puote.
CIMBRO
Far d’un tiranno un cittadino? O Bruto,
questa tua speme generosa, è prova
ch’esser tu mai tiranno non potresti.
BRUTO
Chiaro in breve fia ciò: d’ogni oprar mio
qui poi darovvi pieno conto io stesso. –
Ov’io vano orator perdente n’esca,
tanto piú acerbo feritor gagliardo
a’ cenni tuoi, Cassio, mi avrai; tel giuro.

 

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