Vittorio Alfieri – Bruto II – Atto quinto – Scena seconda


SENATORI seduti. BRUTO E CASSIO ai lor luoghi. CESARE, preceduto dai Littori, che poscia lo lasciano; CASCA, CIMBRO, e molti altri, lo seguono. Tutti sorgono all’entrar di Cesare, finch’egli seduto non sia.

CESARE
Oh! che mai fu? mezzo il senato appena,
benché sia l’assegnata ora trascorsa?…
Ma, tardo io stesso oltre il dover, vi giungo. –
Padri Coscritti, assai mi duol di avervi
indugiati… Ma pur, qual fia cagione,
che di voi sí gran parte ora mi toglie?

Silenzio universale.

 

BRUTO
Null’uom risponde? – A tutti noi pur nota
è la cagion richiesta. – Or, non te l’apre,
Cesare, appieno il tacer di noi tutti? –
Ma, udirla vuoi? – Quei che adunar qui vedi,
il terror gli adunò; quei che non vedi,
gli ha dispersi il terrore.
CESARE
A me novelli
non son di Bruto i temerari accenti;
come a te non è nuova la clemenza
generosa di Cesare. – Ma invano;
che ad altercar qui non venn’io…
BRUTO
Né invano
ad offenderti noi. – Mal si avvisaro,
certo, quei padri, che in sí lieto giorno
dal senato spariro: e mal fan quelli,
che in senato or stan muti. – Io, conscio appieno
degli alti sensi che a spiegar si appresta
Cesare a noi, mal rattener di gioja
gl’impeti posso; e disgombrar mi giova
il falso altrui terrore. – Ah! no, non nutre
contro alla patria omai niun reo disegno
Cesare in petto; ah! no: la generosa
clemenza sua, che a Bruto oggi ei rinfaccia,
e che adoprar mai piú non dee per Bruto,
tutta or giá l’ha rivolta egli all’afflitta
Roma tremante. Oggi, vel giuro, un nuovo
maggior trionfo a’ suoi trionfi tanti
Cesare aggiunge; ei vincitor ne viene
qui di se stesso, e della invidia altrui.
Vel giuro io, sí, nobili padri; a questo
suo trionfo sublime oggi vi aduna
Cesare: ei vuole ai cittadini suoi
rifarsi pari; e il vuol spontaneo: e quindi,
infra gli uomini tutti al mondo stati,
mai non ebbe, né avrá. Cesare il pari.
CESARE
Troncar potrei. Bruto, il tuo dir…
BRUTO
Né paia
temeraria arroganza a voi la mia;
pretore appena, osare io pure i detti
preoccupar del dittatore. È Bruto
col gran Cesare omai sola una cosa. –
Veggio inarcar dallo stupor le ciglia:
oscuro ai padri è il mio parlar; ma tosto,
d’un motto sol, chiaro il farò. – Son figlio
io di Cesare…

Grida universale di stupore.

 

BRUTO
Sí; di lui son nato;
e assai men pregio; poiché Cesare oggi,
di dittator perpetuo ch’egli era,
perpetuo e primo cittadin si è fatto.

Grida universale di gioja.

 

CESARE
… Bruto è mio figlio, è ver; l’arcano or dianzi
glie ne svelava io stesso. A me gran forza
fean l’eloquenza, l’impeto, l’ardire,
e un non so che di sovruman, che spira
il suo parlar: nobil, bollente spirto,
vero mio figlio, è Bruto. Io quindi, a farvi,
Romani, il ben che in mio poter per ora
non sta di farvi, assai di me piú degno
lui, dopo me, trascelgo: a lui la intera
mia possanza lasciar, disegno; in esso
fondata io l’ho: Cesare avrete in lui…
BRUTO
Securo io stommi: ah! di ciò mai capace,
non che gli amici, né i nemici stessi
piú acerbi e implacabili di Bruto,
nol credon, no. – Cesare a me sua possa
cede, o Romani: e in ciò vuol dir, che ai preghi
di me suo figlio, il suo poter non giusto
Cesare annulla, e in libertá per sempre
Roma ei ripone.

Grida universale di gioja.

 

CESARE
Or basti. Al mio cospetto
tu, come figlio, e come a me minore,
tacerti dei. – Cesare, o Padri, or parla. –
Ir contra i Parti, irrevocabilmente
ho fermo in mio pensiero. All’alba prima,
colle mie fide legioni, io muovo
ver l’Asia: inulta ivi di Crasso l’ombra,
da gran tempo mi appella, e a forza tragge.
Lascio Antonio alla Italia; abbialo Roma
quasi un altro me stesso: alle assegnate
provincie lor tornino e Cassio, e Cimbro,
e Casca: al fianco mio Bruto starassi.
Spenti i nemici avrò di Roma appena,
a darmi in man de’ miei nemici io riedo:
e, o dittatore, o cittadino, o nulla,
qual piú vorrá. Roma a sua posta avrammi.

Silenzio universale.

 

BRUTO
– Non di Romano al certo, né di padre,
né di Cesare pur, queste che udimmo,
eran parole. I rei comandi questi
fur di assoluto re. – Deh! padre, ancora
m’odi una volta; i pianti ascolta, e i preghi
di un cittadin, di un figlio. Odimi; tutta
meco ti parla, or per mia bocca, Roma.
Mira quel Bruto, cui null’uom mai vide
finor né pianger, né pregar; tu il mira
a’ piedi tuoi. Di Bruto esser vuoi padre,
e non l’esser di Roma?
CESARE
Omai preghiere,
che son pubblico oltraggio, udir non voglio.
Sorgi, e taci. – Appellarmi osa tiranno
costui; ma, nol son io: se il fossi, a farmi
sí atroce ingiuria in faccia a Roma, io stesso
riserbato lo avrei? – Quanto in sua mente
il dittator fermava, esser de’ tutto.
L’util cosí di Roma impera; e ogni uomo,
che di obbedirmi omai dubita, o niega,
è di Roma nemico; e lei rubello,
traditor empio egli è.
BRUTO
– Come si debbe
da cittadini veri, omai noi tutti
obbediam dunque al dittatore. (2)
CIMBRO
Muori,
tiranno, muori.
CASSIO
E ch’io pur anco il fera.
CESARE
Traditori…
BRUTO
E ch’io sol ferir nol possa?…
ALCUNI SENATORI
Muoia, muoia, il tiranno.
ALTRI SENATORI, fuggendosi
Oh vista! Oh giorno!
CESARE (3)
Figlio,… e tu pure?… Io moro…
BRUTO
Oh padre!… Oh Roma!…
CIMBRO
Ma, dei fuggenti al grido, accorre in folla
il popol giá…
CASSIO
Lascia, che il popol venga:
spento è il tiranno. A trucidar si corra
Antonio anch’ei.

Note:
(2) Bruto snuda, e brandisce in alto il pugnale; i congiurati si avventano a Cesare coi ferri.
(3) Carco di ferite, strascinandosi fino alla statua di Pompeo, dove, copertosi il volto col manto, egli spira.


 

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