4 passi, 4 Caravaggio


San Luigi dei francesi e la basilica di Sant’Agostino, due chiese distanti un centinaio di metri l’una dall’altra, a ridosso di Piazza Navona, non lontane dal Pantheon, custodiscono vanitose l’arte di Caravaggio: ben quattro opere, belle ed importanti. Il buon sole di fine agosto mi convince: “ma sì, famose ‘na passeggiata”.
La basilica di Sant’Agostino (dei Santi Trifone e Agostino) sembra nascondersi un po’ dimessa nella piazza omonima. E’ uno dei tanti luoghi di Roma pieni di storie e di geni (per dire: il progetto della facciata è di Leon Battista Alberti, le volute laterali del Vanvitelli, l’affresco del Profeta Isaia di Raffaello). Dopo la passeggiata ho soprattutto voglia di rivedere la bella Madonna popolana del Caravaggio, la Madonna di Loreto (o Madonna dei pellegrini). Ma…Niente.
Con mia grossa delusione, la chiesa è chiusa a causa della visita “a sorpresa” del Papa. Ed in effetti un po’ di gente inizia ad affollarsi su via della Scrofa, delle suore, un po’ di turisti…
Certo che tempismo che c’ho!
Scatto un paio di foto alla facciata, progettata sull’esempio di Santa Maria Novella.

basilica di sant'Agostino a Roma
Più a destra, il piccolo ingresso della Biblioteca Angelica, anch’essa chiusa. Biblioteca tra l’altro straordinaria…
biblioteca angelica
La passeggiata aveva una seconda tappa, San Luigi dei Francesi. E’ aperta. Mi dirigo subito verso la Cappella Contarelli…Oh! Ecco!
Perdonate le foto impresentabili. Giusto per avere un’idea…

Gli occhi rimbalzano da una tela all’altra, l’angelo-la spada-Pietro-Matteo-la finestra.
Sono tre dipinti dedicati a San Matteo: sul lato sinistro La vocazione di San Matteo (1599-1600), sul destro Il martirio di San Matteo (1599-1600) e al centro, sopra l’altare, San Matteo con l’angelo (1602).
Alcuni appunti sui tre dipinti…

La vocazione di San Matteo

Caravaggio - La vocazione di San Matteo

Tra i tre, è il dipinto che più mi ha colpito sin da ragazzo, quando leggevo distrattamente di questa opera nei manuali del liceo. Tornando dopo anni di fronte al quadro, mi sono chiesto cosa era riuscito anni addietro a colpire l’immaginazione distogliendomi (almeno per qualche manciata di minuti) dalle partite a calcetto e dalle questioni di cuore (de core).
Potrei dire: vedevo un mistero nel quadro che non riuscivo a sciogliere. Yeah, poetico. Ma quale mistero?

Le opere vengono realizzate in un periodo di grande disputa dottrinaria, la stessa decorazione della cappella viene a lungo ostacolata per motivi religiosi. La chiesa francese a Roma: quale territorio migliore di scontro tra cattolici e protestanti?
Solo la conversione di Enrico IV che da ugonotto diviene cattolico (“Parigi val bene una messa”) e l’editto di Nantes (1598) rendono possibile la decorazione della cappella Contarelli.
Anche la commissione viene certamente influenzata da questioni religiose. Rodolfo Papa [2008] cita a proposito il Decreto sull’invocazione, la venerazione e le reliquie dei santi e sulle sacre immagini (1563) scritto durante il Concilio di Trento, in cui era contenuto l’invito a rappresentare la vita dei santi.
Questi brevi cenni storici, solo per far capire che forse il “mistero” dell’opera potrebbe essere nei significati teologici “incorporati nel quadro” ma inaccessibili al profano (cioè: a me).
Sono misteriosi questi simboli religiosi contenuti nella Vocazione? Probabilmente sì. Orientarsi trai simboli e i riferimenti biblici presenti nei tre quadri è cosa complicata: occorre munirsi di un buon numero di manuali di storia dell’arte e di pazienza, Santa Pazienza. Ma oltre a ciò, capire davvero il “discorso teologico” (se così si può dire) di Caravaggio è cosa comunque complessa e per molti, non dubito, affascinante e misteriosa.
Potrei, anni fa, aver intuito che nel quadro c’è di più di quanto si vede, e quindi esser rimasto affascinato dal mistero, non-visibile del dipinto. Ma sono sicuro che questo affascinante invisibile non era per me legato alla teologia. Sai cosa me ne fregava delle dotte disquisizioni sul rapporto tra la grazia e il libero arbitrio a sedici anni!
🙂
La cosa che mi colpiva era invece nei gesti di Gesù (quello in piedi col braccio dritto) e di Matteo (quello seduto, con la barba lunga, che si indica) che rendono mobile una raffigurazione altrimenti statica. Una mobilità che quasi non è azione, è un movimento leggero, allusivo, un braccio che si alza, una mano che indica. Una increspatura nella linea del tempo che sembra contenere in nuce tutta la storia del santo. La storia appunto, una questione di tempo.
Nei due gesti c’è infatti la “chiamata”, la provocazione di Gesù, ma anche già la risposta di Matteo, davvero una storia in un gesto. Penso che fosse questo fatto di raffigurare lo scorrere del tempo con un movimento (fisico) minimo che mi affascinasse tanto. Come se l’artista avesse capito qualcosa che io non capivo. Un certo modo di stare sul tempo, profondo ma semplice, per me era più un jazzista che un teologo.

San Matteo e l’angelo

Ricordo che invece San Matteo e l’angelo non mi aveva colpito particolarmente, al tempo. Ed in verità neanche ora. L’opera è comunque bellissima, dipinta straordinariamente e tutto quanto…Però non so, credo di non averla mai capita, mai sentita bene.
Sono andato un po’ a studiarmela, per provare a comprendere qualcosa di questo dipinto, per provare ad “entrarci” un po’ in rapporto. Una cosa interessante è che il San Matteo e l’angelo conservato a San Luigi non è il dipinto originariamente presentato da Caravaggio. La prima versione del quadro venne infatti rifiutata. Questa prima versione venne acquistata da Vincenzo Giustiniani, un collezionista, e poi dal museo di Berlino. Venne distrutta durante un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale. Nel De Vecchi – Cerchiari (vol. 2, tomo II) l’opera (nella foto) viene descritta così:
Prima versione di san Matteo e l'angelo - Caravaggio

Nella prima versione rifiutata […] il santo non era raffigurato nei panni di un dotto ma di un popolano semianalfabeta, e l’angelo, planato accanto a lui, guidava la sua mano nella materiale redazione del codice. L’opera, dall’immediato impatto emotivo per larghe fasce di spettatori, non rispondeva assolutamente ai principi di decoro cui le storie sacre dovevano conformarsi, e venne rifiutata dal clero della chiesa

Il martirio di San Matteo

I movimenti allusivi de La vocazione quasi esplodono nel Martirio. Un dipinto, questo sì, d’azione. Anche il “movimento di mani” viene ripreso ma con una forza nuova: quasi violenza. Quasi, chè il giovane carnefice è talmente bello da sembrarmi più vigoroso che violento, più umano che assassino. Se Papa [2008] ha ragione, questo giovane sicario ha il corpo dell’Adamo di Michelangelo, una “bella umanità”:

Nella rappresentazione del sicario il metabolismo del linguaggio michelangiolesco raggiunge delle vette veramente interessanti. Egli viene rappresentato utilizzando il corpo di Adamo della volta Sistina, ma trasformandolo, ovvero mettendolo in piedi. Dunque quel corpo che giaceva sdraiato, appena creato, in una primordiale presa di coscienza di sé. È uscito dal Paradiso, si è eretto sulle gambe con tracotanza, letteralmente superbus, operando un vero e proprio atto di hybris. […] Dunque la mano di Adamo diviene la mano di Cristo che chiama Matteo [il riferimento è alla Vocazione n.d.r.]; il volo di angeli intorno a Dio creatore diviene volo d’angelo su san Matteo evangelista; il corpo di Adamo appena creato si erge e diventa il superbo corpo dell’assassino di san Matteo martire. La Creazione dell’uomo di Michelangelo non subisce uno smembramento linguistico, piuttosto è assunta in un metabolismo di significato.

E’ un’immagine non banale, affascinante, quella regalataci da Caravaggio. Lontana dalla semplificazioni del “povero martire” punito per la sua fede. Ed il fascino è quasi magnetico tanto che tutti guardano la scena (mentre ciò non avviene nella Vocazione), pur allontanandosene.

Caravaggio - Il martirio di san Matteo

 

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