La follia degli Imperatori: Nerone


Nerone, Musei Capitolini, Roma

Nerone, Musei Capitolini

Dopo pochi anni dalla morte di Caligola, uomo odiato e temuto per il suo comportamento pazzo e sregolato, Roma conobbe l’imperatore forse più “folle” che la storia ricordi: Nerone. Al suo nome sono legati ricordi di morte, terrore, distruzione, onnipotenza e delirio e in più occasioni, nel corso dei secoli, fu considerato simbolo del male assoluto.

Ma chi era veramente Nerone?

Nato ad Anzio nel 37 d. C. con il nome di Lucio Domizio Enobarbo, fu il quinto ed ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia, succedendo a soli 17 anni al suo padre adottivo Claudio, che aveva sposato la madre Agrippina Minore, donna di grande astuzia e intelligenza, con una spiccata bramosia per il potere. Il soprannome Nerone (“Nero”) significa “forte e valoroso” ed è un termine di origine sabina, conferitogli dopo l’adozione da parte di Claudio. Di lui si dice fosse di statura media, robusto ma con gambe gracili, capelli castani chiari e barba tendente al rosso, occhi azzurri e penetranti, nonostante fosse molto miope, tanto che per vedere meglio sembra utilizzasse un particolare smeraldo lavorato e levigato. Aveva una passione sfrenata per musica, canto e teatro e amava esibirsi davanti al pubblico suonando la cetra e recitando versi composti da lui stesso.

Ma non è questo l’aspetto che più si ricorda di Nerone: le sue malefatte furono infatti ben più clamorose. Non solo fece uccidere il suo amico e precettore Seneca ma anche il suo fidato consigliere Burro, la madre Agrippina, la prima moglie Ottavia e qualcuno racconta che anche la sua seconda moglie, la tanto amata Poppea, morì insieme al figlio che portava in grembo, a causa di un calcio infertole proprio da Nerone, irritato da un commento negativo fatto dalla donna su una sua esibizione teatrale. Dopo la morte di Poppea, Nerone cadde in una profonda depressione e non solo obbligò alcuni dei suoi schiavi a vestirsi come la defunta moglie, ma lui stesso cominciò a vestirsi come lei. In seguito, nonostante le sue numerose relazioni amorose con uomini e donne, decise di sposarsi nuovamente e scelse Messalina, la sua terza ed ultima moglie.

Le malefatte di cui si macchiò Nerone furono tante altre: stuprò una vergine sacerdotessa vestale, picchiò persone indifese, confiscò beni a suo piacimento, condannò a morte senza motivo. Ma tra tutte le angherie quella che sicuramente è rimasta più viva nell’immaginario collettivo è l’incendio di Roma del 64 d. C..

Aula Ottagona, Domus Aurea, Roma

Aula Ottagona, Domus Aurea, Roma

La tradizione racconta che per poter costruire la sua immensa dimora, la Domus Aurea, Nerone appiccò il fuoco che nel giro di poche ore distrusse case ed edifici, creando un immenso vuoto, adatto ad ospitare la sua nuova dimora. Mentre moltissime persone perdevano la vita e Roma veniva completamente divorata dalle fiamme, si dice che Nerone salì sul punto più alto del Palatino proprio per ammirare lo spettacolo, suonando canti di giubilo con la sua cetra.

Più di trecento cristiani vennero condannati a morte con l’accusa di aver dato fuoco alla città: e questo fu solo l’inizio delle terribili persecuzioni che il tiranno avviò contro i seguaci di Cristo. Sotto di lui furono condannati anche San Pietro e San Paolo. I suoi crimini e le sue nefandezze portarono molti uomini della classe dirigente ad odiarlo e a tramare congiure contro di lui. Dopo essersi ribellati in blocco, averlo deposto e aver proclamato imperatore al suo posto Galba, i senatori appresero la notizia del suo suicidio: Nerone si era trafitto la gola pronunciando queste ultime parole “Quale artista muore con me”. Finisce così la storia di un uomo controverso, condannato dai suoi nemici e dalla storia ad impersonificare il male e la follia.

Ma, come già per lo zio Caligola, anche per lui gli studiosi hanno iniziato un percorso di riabilitazione, che lo vede né come pazzo, né particolarmente crudele per l’epoca ed anzi riconoscendogli numerosi meriti quali la riforma fiscale in favore dei meno abbienti, una certa tolleranza nelle questioni legate al culto, promotore di grandi opere pubbliche e sociali.

Si è inoltre ormai tutti concordi nel ritenere non colpevole Nerone dell’incendio di Roma: riuscì invece a gestire egregiamente l’accaduto, promuovendo successivamente una forte spinta edilizia di ricostruzione. Contrariamente alla storiografia ufficiale, il popolo della città continuò a tributargli una sorta di spontaneo culto popolare fino a quando, nel XII secolo, papa Pasquale II interruppe la tradizione di portar fiori sulla tomba di Nerone, demolendola e costruendo al suo posto una cappella che sarebbe poi divenuta la chiesa di Santa Maria del Popolo.

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

 

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