S.P.Q.R. – Il significato e le storpiature


SPQR - Milano Galleria Colonna

SPQR sono le quattro lettere che figurano nello stemma ufficiale della città di Roma. Sono l’abbreviazione di Senatus PopolusQue Romanus e stanno ad indicare le massime autorità della città, il Senato e il Popolo. La sigla entrò in uso, con buona probabilità, con l’inizio della Repubblica.

Non molto tempo fa l’ex Ministro della Repubblica Umberto Bossi ha ripreso una vecchia battuta, presente tra l’altro in vari film, reinterpretando la sigla in chiave antiromana: Sono Porci Questi Romani, suscitando l’ilarità dei presenti e lo sdegno e la rabbia dei romani.

Questa storpiatura è tuttavia solo l’ultima (una delle più infelici) di una lunga serie.

Una leggenda fa risalire la sigla ai sabini che, per esprimere la loro forza, sarebbero stati soliti chiedere: Sabini Populis Qui Resistet?

Una cronaca del quattrocento riporta vari significati

Sapiens Populus Quaerit Romam
Stultus Populus Quaerit Romam
Senex Popilus Quaerit Romam
Salus Papae Quies Regni
Sanctus Petrus Quiescit Romae

Prendendo in giro la scarsa autorità del Comune rispetto al potere della chiesa la frase venne interpretata anche come: Si Peu Que Rien.

Una pasquinata racconta di un Papa neoeletto che, davanti alla sigla, chiese cosa significasse, gli venne risposto:

“Sublato Papa Quietum Regnum”
Il Papa rise e gli venne chiesto:
“Sante Pater Quaere Rides?”
E il Papa rispose:
“Rideo Quia Papa Sum”.

Dopo il 1870 venne invece interpretata come “Sanctus Pater Quondam Rex” e sotto Quintino Sella, celebre per il rigore nell’amministrazione dei conti pubblici, “Sella Piglia Quanto Resta“.

Un altra interpretazione è quella data dal poeta Giuseppe Gioacchino Belli “Soli preti qui rreggneno” contenuta in un sonetto del 1833:

S.P.Q.R. di Gioacchino Belli

Quell’esse, pe, ccú, erre, inarberate
sur portone de guasi oggni palazzo,
quelle sò cquattro lettere der cazzo,
che nun vonno dí ggnente, compitate.

M’aricordo però cche dda regazzo,
cuanno leggevo a fforza de frustate,
me le trovavo sempre appiccicate
drent’in dell’abbeccé ttutte in un mazzo.

Un giorno arfine me te venne l’estro
de dimannanne un po’ la spiegazzione
a ddon Furgenzio ch’era er mi’ maestro.

Ecco che mm’arispose don Furgenzio:
«Ste lettre vonno dí, ssor zomarone,
Soli preti qui rreggneno: e ssilenzio».

 

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