Petrolini – La canzone delle cose morte


La canzone delle cose morte è una delle più note canzoni di Petrolini. Tra le molte reinterpretazioni, anche quella di Gigi Proietti che potete vedere nel video in fondo.

Il testo, divertentissimo, si apre con una “stilettata” ai critici, tipica di Petrolini.

Numerose sono le riprese di Dante, modificato in chiave ironica.

Testo de La canzone delle cose morte di Petrolini

Signore e signori, so che molti supercritici dopo essersi divertiti a sentirmi, vanno dicendo:

“Sì, ma in fondo dice un mondo di stupidaggini.”

Ebbene, signori, ora basta. Vi dirò delle cose profonde filosofiche, scientifiche, dense di pensiero, di dottrina e di cultura.

Bello è d’intorno il rapido cadere
delle morte energie, che non han fine.
Bello è nel cuore il lento soggiacere
delle passioni, mentre imbianca il crine.
E qualcosa s’en va, senza che mai
faccia ritorno al vivere fatale.
Volgiti indietro, e la miseria udrai,
la miseria che piange, in sulle scale.
Tanto gentile e tant’onesta pare
la donna mia, mentr’ella altrui saluta,
che al vederla così bene vestuta,
quindici lire le si posson dare.
Va per i cieli denzi un nembo scuro
ed è l’anima mia che le va dietro.
O dolcezza di un tempo meno duro,
O durezza di più di mezzo metro.
Su per le calli, torturando i calli,
le valli, gli avalli e le convalli
rammento te, mazza di S.Giuseppe,
quando Letricia mia, quando vedrai
Pape Satan, Pape Satan Aleppe.
Volgiti indietro, la miseria udrai,
la miseria che piange sulle scale.
(E’ commovente eh?)
Rotto è questo mio cuore.
E’ rotto e frale,
è rotto, è rotto; è rotto, è rotto, è rotto
ed io me ne strapongo sopra e sotto.
A stracci, a pezzi, a morsi, a cenci, a ciocchi,
a minuzzoli, a pugni, a mani, a sacchi.
A falde, a spoglie, a spolverini, a ciocche,
a spicchi, a foglie, a picchi, a pocchie, a pacchie,
a quadri, a cubi, a tondi, a perle, a fiori.
Le donne, i cavalier, l’armi e gli amori.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
arma la poppa e salpa verso il mondo
là dove chiederai: è lei, è lei quel tal signore
che sedeva accanto a me sul tranvai?
E quest’amore, per cui piangete o donne
e lacrimate forte
che il Re di Creta
è condannato a morte.
Presso la culla
in dolce atto d’amore.
A l’ombra dei cipressi
e dentro l’urne.
Se mi scappa, chi mai l’afferrerà?
Amor che null’amato, amar perdona
se tu le mani ormai ti sei lavate
ti consegno il mio cuor dentro una biscia
floscia, s’inguscia, nella grascia, ambascia,
all’uscio dell’angoscia cresce ed esce,
ripasce e poscia pasce e pesce piglia
quella biscia che in cuor freddo bisciò.
Tutto di verde mi voglio vestire.
Tore è partuto e sola ti ha lasciato.
Quando Rosina scende giù dal monte.
A marechiaro ci sta una finestra
dove ognuno ci fa una fermatina, e se ne va
e se ne va per la via vagabonda
allegra o moribonda, mesta o cogitabonda
o bionda, o bella bionda
sei come l’onda.

 

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