Belli – Mia vita – Seconda parte


Qualche tempo passò senza notizie di essi. Finalmente ne giunser poco soddisfacenti, partecipandoci insieme col salvo arrivo una molto minore facilità di vendite che ivi produsse la quantità immensa di carichi tratti in que’ luoghi da una stessa lusinga. Questa novella raggirandosi sopra un soggetto per noi di tanta importanza, turbò non poco l’animo di mio padre, e ne alterò alquanto la eccellente salute. L’amico suo divideva con lui le pene de’ suoi timori, e pareva che sul cielo della nostra casa fosse sorta quasi una nuvola ad oscurarne la serenità, e lo splendore. E dovrò dirlo? Sí: dal comune turbamento io solo non fui commosso: anzi in quel non ancora sicuro disastro io gustava con compiacenza una specie di vendetta del sacrificio di mia sospesa partenza. Ecco ciò che io dal bel principio ti dissi di me. La vendetta mi fu sempre dolce: e nel caso presente giunse fino a soffocare nel mio petto la santa voce del sangue, ed il naturale amore del mio proprio interesse. Ne fui però ben presto punito: e confesserò avere quel gastigo tremendo gettato in me tanta luce quanta ne fosse poi sufficiente a mostrarmi tutta la deformità di quella e delle altre mie tristi passioni.

Vivevamo in simili dubbiezze, quando nella Darsena, cioè nel recinto ove le Galee si stavano rinchiuse, scoppiò a Civitavecchia una improvvisa malattia epidemica, la quale prese a menare spaventevole strage di que’ miserabili, che a torme a torme trapassavano dalla catena alla morte. Il contiguo ospedale fu tosto ripieno d’infermi, e la città di terrore. La violenza del contagio mostrò la necessità di una scrupolosa vigilanza sí per la pietà di quelle infelici vittime, sí per la salvezza del popolo. Allora mio padre, scordata ogni domestica cura, tutto il fervore dell’animo applicò in ajuto della sofferente umanità, bene a ciò spinto dall’obligo del suo ministerio che della santa carità di fratello. Né con ordini severissimi ed ottime discipline e profusione di argento egli stimò aver satisfatto al debito del suo cuore: ma volle consacrare al soccorso de’ miseri gli ufficj della sua stessa persona. Ecco la religione attiva, che a Dio tanto piace. Ecco quelle opere belle delle quali una sola vince in merito piú e piú migliaia di belle parole. Dal mio genitore era sempre inseparabile il suo amico, e con essi erano sempre due altri onesti cittadini, ne’ quali eglino avevano da qualche tempo riposto giustamente fiducia. I due però rimasti dai cinque de’ nostri incensatori, si tenevano lungi, e troppo avevano tenero il cuore, perché potessero star saldi al funesto spettacolo della natura desolata. Continuarono però come prima a tenere compagnia a mio padre nelle ore della mensa, e nelle altre andavano a sollazzare in caccie e in passeggi lo spirito contristato dalla loro sensibile filantropía. E secondo il corto vedere degli uomini, la indovinarono. Perché mio padre, l’amico suo, e i due loro compagni, contraendo nelle viscere il pestifero morbo, caddero tutti infermi nel medesimo tempo, e dopo diciotto giorni di patimenti e dolori chiusero insieme gli occhi alle miserie della terra: laddove eglino sani e robusti seppero protrarre piú a lungo la vita, e colla vita le colpe. L’improvviso fulmine colpí l’anima di tutta la mia desolata famiglia. Mia Madre assalita da una specie di furibondo delirio, e travagliata dagl’incomodi di una sinistra gravidanza fece per due intieri mesi temere dei suoi giorni, o almeno della perdita totale della sua ragione. Mio fratello dotato di un carattere pacifico e pieno di tenerezza, piangeva e metteva le piú compassionevoli grida. Io di animo assai piú forte, penetrato di un dolore profondissimo, taceva, sospirava; e diviso tra mio fratello e mia Madre procurava di alleviare colle carezze gli acerbissimi affanni. Ah! fu quello il primo momento, in cui mi accorsi di essere uomo, ed uomo destinato a soffrire assai, perché la nebbia della felicità che si andava già dileguando, od era già anzi svanita, lasciava aperta agli occhi della mia mente un’acerba prospettiva di dolorose vicende. E come avrei potuto io allora distornare dal nostro capo i mali che la minacciavano, io fanciullo appena di dodici anni, e privo di ogni mondana sperienza? Non mi restava dunque che il desiderio dell’opera, ed il rammarico della inazione.

Trascorsi pochi giorni da quella funesta catastrofe, e cessato il lugubre suono de’ bronzi e delle preghiere, colle quali la Città tutta volle lungamente chiamar requie sulle ossa degli amati defonti, s’incominciò fra le mie mura una indagine delle mie cose economiche. Lo stato infelice di mia madre non le permise di assistervi: mio fratello ed io ne fummo esclusi dalla età. I due convittori e nostri custodi profittarono di queste circostanze, e componendo la faccia in atto di amicizia, e di compassione, facilmente ottennero le chiavi di tutto, e la facoltà dell’esame. Quello fu per me, e sarà sempre un mistero. L’inventario seguí, i due agenti partirono, noi restammo ancora due mesi a Civitavecchia; e malgrado tutte le mie dìmande, regnò sempre il silenzio. A Roma poi seppi dalla mia afflitta genitrice, non essersi di tutte le nostre preziose suppellettili ritrovati, che piccoli avvanzi: ignorarsi lo stato degl’interessi tra mio padre e l’amico suo per mancanza fra essi di ogni scrittura: basarsi tutti i nostri crediti ereditarj sopra scarsi ajuti d’illegali prove per colpa della bonomia del mio povero padre: avere le poche somme rimanentesi in effettivo potuto appena bastare alla estinzione della parte passiva del nostro patrimonio, resa ben chiara dall’accorta vigilanza dei creditori: e finalmente dalla vendita delle mobilie, ed altre domestiche masserizie delle due case di Civitavecchia e di Roma essere risultato un asse tenuissimo in confronto dei nostri futuri bisogni.

Rimpatriati cosí, ci ricoverammo dall’ampia in una casa assai angusta, e cominciammo a vivere colle scarse reliquie del nostro recente naufragio. Ma pure nella desolazione; un raggio di speranza sosteneva ancora il nostro coraggio: ed ogni giorno aspettavamo notizie delle nostre merci di Barberia. Vane lusinghe! Nel momento in cui scrivo non ne so punto di piú di quanto allora ne sapevamo. Vedendo pertanto la mia vedova madre venirle meno sino quella ultima risorsa chinò virtuosamente il capo sotto la sferza del cielo, e valendosi della sua squisita abilità in ogni genere di femminili lavori, cominciò a preparare con essa un sudato alimento ai suoi quattro orfani figli, cioè a me, al mio fratello, alla mia sorella ancor viva nata circa un anno prima della morte paterna, e finalmente al frutto prossimo di uno sventurato imeneo, che essa doveva dare alla luce fra pochi mesi: felice bambino a cui concesse Iddio ne’ suoi natali la morte.

Oh come è mutabile il Mondo! Due mesi prima riso, moltitudine, e profusione; due mesi dopo pianto, solitudine, e dirò sino miseria. Sí da tutti noi fummo abbandonati: ed appena ricevemmo dalle antiche conoscenze il conforto di qualche sterile, e studiato sospiro. Pure un’affettuosa cameriera, non ebbe cuore di lasciare nelle calamità la padrona da Lei servita fra gli agj. Divenne essa l’amica di mia madre, ed il suo sollievo in que’ lunghi travagli protratti spesso oltre le ore notturne. Questa venerabile donna vive ancora, ed io non so nominarla mai, né vederla senza versare soavissime lagrime di riconoscenza. Ah! fu dessa la sola creatura che seppe provarmi esistere pure al mondo qualche anima non perversa e venale!.

Ed eccomi gettato nel mondo cosí diverso da quello, che poco addietro dovea farvi ingresso. Non piú viaggj, non piú speranze, non piú soggetto alcuno di gioja. Ritiro, abbiezione, e tristezza erano divenuti il mio patrimonio; e sopra le sole mie braccia e sulla onestà mia doveva oramai riposare ogni lusinga della mia povera Madre. Correva allora l’anno decimoterzo della mia età; e cominciò in quello il corso non piú poscia interrotto de’ miei studj. Abituato per tempo alla lettura ed alla riflessione, dotato di una tenacissima volontà di riuscire in quello che desiderava, e di un immenso amor proprio di far bene quel che faceva, andai alla università coll’animo già preparato alla emulazione, ed alla vittoria. Cosí quella lingua latina, quell’arte oratoria, quella poetica, quella filosofia finalmente, di cui udiva da altri parlare con tanta costernazione, ti giuro, dilettissimo amico, sembravano a me strade fioritissime e piane per giungere alla gloria della scienza; benché poi con tanto maggiore mio scorno io non abbia saputo arrivarvi. Consumato sempre da una ardentissima smania di superare chiunque o per naturale ingegno, o per maggiore anzianità di studio mi pareva potermi dare ombra; mi levava la notte pian piano, per sacrificare i riposi del sonno ai tumulti dell’amor proprio e della invidia che andavano sempre nel mio petto di perfettissimo accordo. I miei condiscepoli incitati da quasi uguale puntiglio spesso si scatenavano tutti contro me solo: ed i miei maestri che sulle prime ridevano pensando come avrei potuto sbarazzarmi da tante terribili prove, stupivano poscia in vedermi sempre vittorioso, e mi coronavano di nuovi allori di carta. Potrei assicurare che rarissime volte entrò qualche errore nelle mie composizioni; ma non potrei però ugualmente negare che la mia indocilità ed il turbolento mio spirito mi assoggettarono sovente ai medesimi gastighi della negligenza, e della ignoranza. La confusione delle sconfitte mi aveva fatto de’ miei emoli altrettanti nemici, che desiderosi di vendicarsi con modi indiretti delle dirette ingiurie di scuola, vegliavano sopra tutti i miei minuti falli, de’ quali bene spesso erano eglino stessi causa insieme e delatori. Però i miei maestri desiderosi di reprimere il mio fiero carattere, erano sempre con la sferza alzata sopra di me; ma non era quella la via di correggermi perché il mio amor proprio fatto per essere cimentato e non offeso, sdegnava ogni punizione comune agli animali privi di quella ragione, di cui molto bene io mi accorgeva dotato. Cosí le mie passioni divenivano ogni dí piú ribelli, ed una ingiustizia pose finalmente il colmo alla mia intolleranza, perché condannato ad alcune battiture in pena di un fallo non commesso, io non mi sentii capace di sostenere quell’indebito scorno, ed amai piuttosto di bandirmi volontariamente da scuola, ove io contava ogni giorno uno insulto.

Partii infatti; ma poi e le preghiere di mia madre, e la giustificazione del mio precettore mi vinsero; ed io ritornai mansueto là donde sí furibondo era uscito. Vaglia però il vero: in appresso fui piú ragionevolmente trattato, e le ammonizioni ed i consigli e la dolcezza ottennero da me una mansuetudine, a cui non avrebbero mai saputo condurmi le minaccie, ed il rigore.

Compiuto per tempo il corso degli studi che preparano la mente, io intrapresi quelli che formano lo spirito e il cuore: e già le mie riflessioni si facevano piú mature insieme colla età mia giunta oramai al sedicesimo anno, anno col quale io doveva contare una nuova sventura. Infermò in quel tempo mia madre di una lunga e penosa malattia, prodotta senza dubbio dalle profonde afflizioni, che le pesavano da tanto tempo sul cuore. A nulla valsero le piú sollecite cure dell’amor nostro e le risorse piú squisite dell’arte per conservarle una vita sí necessaria: al piú se ne ottenne di prolungarla di alcuni giorni: ma oppressa dai dolori del corpo e dello spirito, finalmente, dopo cinque mesi di languore chiuse gli occhi per non piú rivedere i suoi poveri figli, che lasciava orfani mentre erano ancor bisognosi della sua vigilanza e de’ suoi materni soccorsi. Ricorderò sempre con lagrime di pietà la commovente preghiera colla quale sentendosi prossima a rendere l’anima a Dio, ella consegnò alla di Lui paterna provvidenza i sventurati frutti della sua tenerezza. Gli occhi suoi già coperti dal livido velo della morte si illuminarono allora delle ultime scintille vitali, e la virtú della religione seppe renderle per brevi momenti un vigore che ella aveva perduto fra i suoi travagli. Rivolta quindi a noi, ed a me principalmente dirigendo le sue estreme parole, ci ricordò i doveri di cristiano, di suddito, e di cittadino, compendiandoci brevemente le ricompense ed i gastighi che Iddio e la coscienza retribuiscono alla virtú ed al vizio. Ci confortò di non troppo confidare negli uomini, ma sí tutto in noi stessi e nelle opere nostre, e ci avvertí in ultimo qualunque affanno poter essere tollerabile ed anche dolce quando si pensi che le calamità come i piaceri dovendo sulla terra aver fine, in questa idea di un termine si rinchiude necessariamente la consolazione dello sventurato, ed il tormento dell’uomo felice. Qui anelante e spossata dalla fatica sofferta fece silenzio quella Madre amorosa, ma tacendo ancora proseguí col linguaggio degli occhi le sue preziose lezioni. Noi gemevamo amaramente; ond’ella temendo non le lagrime de’ figli di troppo indebolissero il coraggio necessario per ricevere una morte che si sente arrivare accennò il nostro ritiro. Tolti cosí da quella stanza di dolore, e da quella casa di pianto, fummo separati per sempre dall’autrice della nostra esistenza, la quale non tardò molto a ricevere nella fine de’ suoi patimenti il merito della pazienza con cui gli aveva sofferti.

 

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