Belli – Mia vita – Terza parte


Belli – Mia vita

Eccoti, o dilettissimo amico, il principio di un’altra angosciosa epoca della mia vita. Rimasto primo della mia stirpe, mi trovai privo di ogni mezzo di alimentarla. Nel corredo benché decente della nostra povera casa, rinnovato a poco a poco dagl’industriosi sudori della mia buona madre, tutto consisteva il mio patrimonio: essendosi questo dovuto vendere quasi intieramente per soddisfare i debiti contratti per la infermità ed il funerale della mia genitrice, non ce ne rimase che quanto potesse bastare a riposarci nelle ore notturne, e sederci nel giorno in qualche utile occupazione, ed a riporre le poche vesti destinate a ricoprire la nostra nudità. Mosso in quel tempo da compassione del nostro stato, e forse ancora dalla coscienza del proprio dovere piú che dal grido del sangue, un mio Zio paterno, uomo di agiate sostanze, ci raccolse in sua casa, e ci confuse sui primi giorni fra gli stessi suoi figli.

Ma presto la gelosia della moglie di lui, che a malgrado pativa quella eguaglianza di cure, valendosi studiosamente della occasione di qualche leggiera differenza fanciullesca, seppe guadagnare l’animo del marito, e risolverlo ad allontanarci dalla sua famiglia. Fummo noi allora trasferiti nell’abitazione di una di lui sorella vedova, sorella egualmente a mio padre, ed ivi seguitammo per qualche tempo ad essere da lui alimentati e vestiti. Ma oh Dio! Lascia, o caro, che io mi risparmi il rossore di rammentare quelle beneficenze che furono chiamate elemosine. Somministrate esse a piccolissime tratte ci ponevano nella continua necessità di chiederne spesso delle nuove ed allora sentendone sempre ricordare enfaticamente il valore nelle loro frequenti rinnovazioni dovevamo soffrire espresso sul volto dei sovventori l’amarezza e l’umore, con cui ci erano accordate. Costretti di condurci ogni giorno a baciare la mano, che sostenendoci ci opprimeva, giorno non passava, che non avessimo a ritornarcene mortificati e confusi. Ah! quale martirio, pel mio vivo amor proprio quell’udire alla presenza di qualunque persona esaltar sempre dalla bocca de’ miei parenti la mia miseria, e la loro carità! Quanto volentieri avrei ricusato un pane sí amaro, se non avessi temuto piú assai che la mia la estrema indigenza del mio amabile fratello, e della mia innocente sorella. Però io taceva, e soffriva in pubblico, ma poi in privato disfogava con sospiri e con lagrime l’acerbità della mia umiliazione.

Intanto i nomi de’ cari miei genitori erano le uniche parole che io sapessi profferire in quelli momenti di ambascia e di violenza, finché i ricordi di mia madre venissero a calmare colla loro soavità il dolore della trafitta anima mia. Il rammarico di alimentarci fece solleciti i nostri parenti di procurare a mio fratello ed a me un piccolo impiego computistico col cui guadagno noi procacciassimo la nostra vita. Ed infatti i due nostri benché meschini stipendi uniti ad uno scarso assegnamento mensile accordato a me da un Principe Arcivescovo mio patrino, ci posero in istato di caricarci quasi intieramente del peso della nostra esistenza.

Io contava allora circa diecisette anni, mio fratello sedici e mia sorella sette. E qui è d’uopo che ingenuamente io mi accusi di qualche istante di smarrimento e di abbandono ai trasporti della mia fervida età. L’epoca della prima libertà di un uomo è per lui sempre principio di errori per lo piú inseparabili dalla troppo sollecita indipendenza. Lasciato per dir cosí in capo a due strade, ardua l’una e faticosa e l’altra facile e lusinghiera, non ascolta quasi mai il giovane novello che l’istinto de’ suoi insani appetiti, e prestando intiera fede alla religione de’ sensi, ciecamente s’innoltra là dove una bugiarda apparenza gli promette la soddisfazione di ogni umano desiderio, ed il compimento della terrena felicità. Ma l’esperienza succede presto o tardi all’inganno, alle illusioni la verità, ed alle fallaci immagini del delirio la sana luce della matura ragione. Se egli allora si ritrova fortunatamente nel mezzo ancora del cammino intrapreso, può bene rientrato in se stesso scorgere facilmente l’errore onde si lasciava guidare, e ritornando indietro senza molta fatica, ridurre in breve i suoi passi a piú lodevole mèta. Ma dove per sua disgrazia, o per l’impetuoso ardore della carriera, giunto egli al termine di un viaggio sconsigliato, immerso già stia nel vortice a cui le sue bollenti passioni lo trasportarono, gran mercè gli addiviene se quella medesima esperienza, quella verità, quella ragione gli sopraggiungano soltanto inopportune, anziché importune e tormentose. Imperocché, certo finalmente del suo traviamento, convinto della propria sventura, persuaso a qual nobile fine poteva giungere, ed illuminato ad un tempo sull’orribile precipizio che doveva evitare, si sente egli punto bensí da un resto di sentimento del retto, e dell’utile; ma benché scosso da quegli estremi sforzi dello spirito agonizzante sotto il giogo della materia ribelle, inesperto nulladimeno del potere invincibile delle abitudini, non gli resta nel totale deperimento delle sue forze morali, che gemere con dolore sulla impotenza della propria ragione, e sulla inefficacia della sua volontà. Cosí ignaro de’ mezzi onde ritrarsi da tante angustie, ributtando con nausea ciò che dianzi ricercava con avidità, odioso altrui, grave a se stesso; l’infelice per una bizzarria crudele della natura umana è sazio di esistere nel tempo stesso che inorridisce e trema alla sola idea della sua distruzione. Eccoti in compendio, o mio caro, i pericoli che si prepara la incauta gioventú, quando abbandonata a se stessa, in sull’ingresso del mondo, sdegna la severa scorta degli occhi dell’anima, vaga solamente di seguire quelli materiali del corpo, una guida assai piú indulgente sí, ma molto meno sicura, perché troppo per se stessa ingannata ed ingannatrice. Ed io, non lo dissimulo, io medesimo fui per vedere in me un sensibile sperimento di questa verità.

Lasciato cosí di buon’ora in balía di me stesso, fui ben presto circondato da molti giovani presso a poco della mia età, alcuni de’ quali e i peggiori mercè di un ingannevole esteriore ottennero facilmente la mia esclusiva confidenza senza che io badassi molto alla scelta. L’assecondare daprima le altrui inclinazioni è il piú sicuro mezzo per farle in seguito degenerare e quindi trasformarle del tutto. Ecco l’arte abominevole che meco adoperavano quei perversi, ne’ quali la malizia aveva prevenuto la età. Benché per natura amico del silenzio e poco proclive alla gioja, ciononostante io sapeva essere all’occasione loquace ed allegro, in ispecial modo quando in me vedeva aperto un campo al sarcasmo e al motteggio, una allora delle mie passioni predilette. I miei insidiatori si accorsero di questa mia inclinazione, e profittandone per avvicinarmisi, ne formarono il primo strumento della loro perfidia, ed il principal mezzo della mia meditata depravazione. E tanto a dovere que’ maligni m’insidiarono, che guadagnata a poco a poco la mia confidenza, mi condussero senza avvedermene a stimare quasi necessaria la loro compagnia che dianzi io trovava solamente piacevole e piú addietro indifferente: e questo appunto era il centro del labirinto in cui volevano avvilupparmi e smarrirmi.

Da quel momento io divenni lo schiavo di tutti i capricci di chi sembrava al principio quasi obbedire ad ogni mio desiderio; cosicché modellandomi insensibilmente sulle loro forme, si cancellavano in me a grado a grado la mia propria indole, le mie particolari affezioni, ed i caratteri distintivi della mia vera natura: il giuoco da me per l’avanti disprezzato, acquistò a’ miei occhi delle attrattive, ed io cominciai a spendere le intiere giornate nei bigliardi e nelle arene di palla e di altri ginnastici esercizj. Alle veglie, alle cene ed ai notturni vagamenti, io consacrava le piú tarde ore del riposo: dopo aver consumato le prime ore affaticandomi fra scene gratuite in comiche declamazioni. Quindi il familiare commercio con donne per lo piú capricciose, e sempre avide di piacere, m’invescarono successivamente in molte inclinazioni amorose, leggiere però siccome i loro oggetti, e, tanto fragili quanto lo erano i sentimenti che dopo averle accese e fatte ardere di fuoco fatuo, non le sapevano poi alimentare di quell’esca durevole, propria soltanto di una reciproca stima. Del resto trascinato sempre in corse smoderate ed in altri disordinati divagamenti, ne restava spesso sensibilmente abbattuto il mio corpo e snervato il mio spirito: cosicché qualora il mio innato amore per lo studio veniva a sollevare nel mio cuore la sua voce a me una volta sí cara, io non aveva piú né il tempo per ascoltarla, né il vigore per obbedirla.

Ti parrà già di vedere in questo abbozzo il ritratto di un discolo, che per la via dell’errore corra a gran passi alla colpa e forse infine al delitto. Ma no, amico, tale ancora io non era; e benché le mie azioni prese in massa ti avrebbero offerto quanto bastasse a farmi giudicare sfavorevolmente ed a giustificarne il giudizio, nulladimeno se tu mi avessi seguito con assiduità, osservato con diligenza, ed esaminato senza prevenzione, sí, mi dà il coraggio di dirlo, avresti veduto dalla oscurità delle mie stesse vergogne (turpitudini), spiccarsi un raggio della mia prima onestà. Nò la Religione, la carità, la temperanza, erano certamente combattute nel mio cuore, non però vinte, inferme sí ma non morte, ed il loro non poteva giustamente dirsi un vero letargo, ma piuttosto un assopimento. La Ragione tuonava ancora severamente dalla sua sede, e reclamando il suo imperio mi faceva sovente ritornare a me stesso e di me stesso arrossire. La materia tornava è vero continuamente in preda all’appetito della volontà depravata, ma sempre a prezzo di rimproveri dello spirito discorde. Laonde per un continuo conflitto fra la mia natura inferiore e la superiore, io conosceva quanto doveva fare, faceva spesso ciò che non doveva, mentre voleva sempre fare quello che non faceva. Insomma agendo male, e pensando bene, mi si poteva appunto paragonare ad una macchina guasta, nella quale siano giusti i principj, viziosi i processi, e pessimi i resultati.

 

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