Vittorio Alfieri – Atto terzo – Scena seconda


BRUTO, CESARE.
BRUTO
Cesare, antichi noi nemici siamo:
ma il vincitor sei tu finora, ed anco
il piú felice sembri. Io, benché il vinto
paia, di te men misero pur sono.
Ma, qual che il nostro animo sia, battuta,
vinta, egra, oppressa, moribonda, è Roma.
Pari desir, cagion diversa molto,
tratti qui ci hanno ad abboccarci. A dirmi
gran cose hai tu, se Antonio il ver narrommi;
ed io pure alte cose a dirti vengo,
se ascoltarle tu ardisci.
CESARE
Ancor che Bruto
stato sia sempre a me nemico, a Bruto
non l’era io mai, né il son; né, se il volessi,
esserlo mai potrei. Venuto io stesso
a favellarti in tua magion saria;
ma temea, che ad oltraggio tel recassi;
Cesare osarne andar, dove consorte
a Bruto sta del gran Caton la suora:
quind’io con preghi a qui venirne invito
ti fea. – Me sol, senza littori, e senza
pompa nessuna, vedi; in tutto pari
a Bruto; ove pur tale ei me non sdegni.
Qui non udrai, né il dittator di Roma,
né il vincitor del gran Pompeo…
BRUTO
Corteggio
sol di Cesare degno, è il valor suo:
e vieppiú quando ei si appresenta a Bruto. –
Felice te, se addietro anco tu puoi,
come le scuri ed i littor, lasciarti
ed i rimorsi e il perpetuo terrore,
di un dittator perpetuo!
CESARE
Terrore?
Non che al mio cor, non è parola questa,
nota pure al mio orecchio.
BRUTO
Ignota ell’era
al gran Cesare in campo invitto duce;
non l’è a Cesare in Roma, ora per forza
suo dittatore. È generoso troppo,
per negarmelo. Cesare: e, senz’onta,
può confessarlo a Bruto. Osar ciò dirmi,
di tua stessa grandezza è assai gran parte.
Franchi parliam: degno è d’entrambi. – Ai molti
incuter mai timor non puote un solo,
senza ei primo tremare. Odine, in prova
qual sia ver me il tuo stato. Uccider Bruto,
senza contrasto il puoi: sai, ch’io non t’amo;
sai, che a tua iniqua ambizione inciampo
esser poss’io: ma pur, perché nol fai?
Perché temi, che a te piú danno arrechi
l’uccidermi ora. Favellarmi, intanto,
e udirmi vuoi, perché il timor ti è norma
unica omai; né il sai tu stesso forse;
o di saperlo sfuggi.
CESARE
Ingrato! … e il torre
di Farsaglia nei campi a te la vita,
forse in mia man non stette?
BRUTO
Ebro tu allora
di gloria, e ancor della battaglia caldo,
eri grande: e per esserlo sei nato:
ma qui, te di te stesso fai minore,
ogni dí piú. – Ravvediti; conosci,
che tu, freddo pacifico tiranno
mai non nascesti, io te l’affermo…
CESARE
Eppure,
misto di oltraggi il tuo laudar mi piace.
T’amo; ti estimo: io vorrei solo al mondo
esser Bruto, s’io Cesare non fossi.
BRUTO
Ambo esser puoi; molto aggiungendo a Bruto,
nulla togliendo a Cesare: ten vengo
a far l’invito io stesso. In te sta solo
l’esser grande davvero: oltre ogni sommo
prisco Romano, essere tu il puoi: fia il mezzo
semplice molto; osa adoprarlo: io primo
te ne scongiuro; e di romano pianto,
in ciò dirti, mi sento umido il ciglio… –
Ma, tu non parli? Ah! tu ben sai, qual fora
l’alto mio mezzo: in cor tu ’l senti, il grido
di veritá, che imperiosa tuona.
Ardisci, ardisci; il laccio infame scuoti,
che ti fa nullo a’ tuoi stessi occhi; e avvinto
ti tiene, e schiavo, piú che altrui non tieni.
A esser Cesare impara oggi da Bruto.
S’io di tua gloria invido fossi, udresti
or me pregarti ad annullar la mia?
Conosco il ver; me non lusingo: in Roma,
a te minor di dignitade, e d’anni,
e di possanza, e di trionfi, io sono,
come di fama. Se innalzarsi il nome
di Bruto può col proprio volo, il puote
soltanto omai su la rovina intera
del nome tuo. Sommessa odo una voce,
timida, e quindi non romana affatto,
Bruto appellar liberator di Roma,
come oppressor ten chiama. A farmi io tale,
ch’io ti sconfigga, o ch’io ti spenga, è d’uopo.
Lieve il primo non è; piú che nol credi
lieve il secondo: e, se a me sol pensassi,
tolto il signor giá mi sarei: ma penso,
romano, a Roma; e sol per essa io scelgo
di te pregar, quando te uccider debbo,
Cesare, ah! sí, tu cittadin tornarne
a forza dei, da me convinto. A Roma
tu primo puoi, tu sol, tu mille volte
piú il puoi di Bruto, a Roma render tutto;
pace, e salvezza, e gloria, e libertade:
quanto le hai tolto, in somma. Ancor per breve
tu cittadin tua regia possa adopra,
nel render forza alle abbattute leggi,
nel tor per sempre a ogni uom l’ardire e i mezzi
d’imitarti tiranno; e hai tolto a un tempo
a ogni uom, per quanto ei sia roman, l’ardire
di pareggiarti cittadino. – Or, dimmi:
ti estimi tu minor di Silla? Ei, reo
piú assai di te, piú crudo, di piú sangue
bagnato e sazio; ei, cittadin pur anco
farsi ardiva, e fu grande. Oh! quanto il fora
Cesare piú, che di possanza è giunto
oltre a Silla di tanto! Altra, ben altra
fia gloria a te, se tu spontaneo rendi
a chi si aspetta, ciò che possa ed arte
ti dier; se sai meglio apprezzar te stesso;
se togli, in somma, che in eterno in Roma
nullo Cesare mai, né Silla, rieda.
CESARE
– Sublime ardente giovine; il tuo ratto
forte facondo favellar, pur troppo!
vero è fors’anche. Ignota forza al core
mi fan tuoi detti; e allora che a me ti chiami
minore, io ’l sento, ad onta mia, di quanto
maggior mi sei. Ma, il confessarlo io primo,
e il non n’essere offeso, e il non odiarti
sicure prove esser ti denno, e immense,
che un qualche strano affetto io pur nudrisco
per te nel seno. – A me sei caro, il credi;
e molto il sei. – Ciò ch’io di compier, tempo
omai non ho, meglio da te compiuto
vo’ ch’ei sia, dopo me. Lascia, ch’io aggiunga
a’ miei trionfi i debellati Parti:
ed io contento muojo. In campo ho tratto
di mia vita gran parte; il campo tomba
mi fia sol degna. Ho tolta, è vero, in parte
la libertá, ma in maggior copia ho aggiunto
gloria a Roma, e possanza: al cessar mio,
ammenderai di mie vittorie all’ombra
tu, Bruto, i danni, ch’io le fea. Secura
posare in me piú non può Roma: il bene
ch’io vorrei farle, avvelenato ognora
fia dal mal che le ho fatto. Io quindi ho scelto,
in mio pensiero, alle sue interne piaghe
te sanatore: integro sempre, e grande,
stato sei tu: meglio di me, puoi grandi
far tu i Romani, ed integri tornarli.
Io, qual padre, ti parlo;… e, piú che figlio,
o Bruto mio, mi sei.
BRUTO
… Non m’è ben chiaro
questo tuo favellare. A me non puote
in guisa niuna mai toccar la ingiusta
sterminata tua possa. E che? tu parli
di Roma giá, quasi d’un tuo paterno
retaggio?…
CESARE
Ah! m’odi. – A te piú omai non posso
nasconder cosa, che a te nota, or debbe
cangiarti affatto in favor mio.
BRUTO
Cangiarmi
puoi, se ti cangi; e se te stesso vinci;
trionfo sol, che a te rimanga…
CESARE
Udito
che avrai l’arcano, altro sarai.
BRUTO
Romano
sarò pur sempre. Ma, favella.
CESARE
… O Bruto,
nel mio contegno teco, e ne’ miei sguardi,
e ne’ miei detti, e nel tacer mio stesso,
di’, non ti par che un smisurato affetto
per te mi muova e mi trasporti?
BRUTO
È vero;
osservo in te non so qual moto; e parmi
d’uom piú assai, che di tiranno: e finto
creder nol posso; e schietto, attribuirlo
a che non so.
CESARE
… Ma tu, per me quai senti
moti entro al petto?
BRUTO
Ah! mille: e invidia tranne,
tutti per te provo a vicenda i moti.
Dir non li so; ma, tutti in due gli stringo:
se tiranno persisti, ira ed orrore;
s’uom tu ritorni e cittadino, immenso
m’inspiri amor di maraviglia misto.
Qual vuoi dei due da Bruto?
CESARE
Amore io voglio:
e a me tu il dei… Sacro, infrangibil nodo
a me ti allaccia.
BRUTO
A te? qual fia?…
CESARE
Tu nasci
vero mio figlio.
BRUTO
Oh ciel! che ascolto?…
CESARE
Ah! vieni,
figlio, al mio seno…
BRUTO
Esser potria?…
CESARE
Se forse
a me nol credi, alla tua madre istessa
il crederai. Questo è un suo foglio; io l’ebbi
in Farsaglia, poche ore anzi alla pugna.
Mira; a te nota è la sua mano: ah! leggi.
BRUTO (1)
«Cesare (oh ciel!) stai per combatter forse,
Pompeo non pure, e i cittadini tuoi,
ma il tuo proprio figliuolo. È Bruto il frutto
de’ nostri amori giovenili. È forza,
ch’io te lo sveli; a ciò null’altro trarmi
mai non potrebbe, che il timor di madre.
Inorridisci, o Cesare; sospendi,
se ancor n’è tempo, il brando: esser tu ucciso
puoi dal tuo figlio; o di tua man tu stesso
puoi trucidarlo. Io tremo… Il ciel, deh! voglia,
che udito in tempo abbiami un padre!… Io tremo…
Servilia.» – Oh colpo inaspettato e fero!
Io di Cesare figlio?
CESARE
Ah! sí, tu il sei.
Deh! fra mie braccia vieni.
BRUTO
Oh padre!… Oh Roma!
Oh natura!… Oh dover!… – Pria d’abbracciarti,
mira, a’ tuoi piè prostrato Bruto cade;
né sorgerá, se in te di Roma a un tempo
ei non abbraccia il padre.
CESARE
Ah! sorgi, o figlio. –
Deh! come mai sí gelido e feroce
rinserri il cor, che alcun privato affetto
nulla in te possa?
BRUTO
E che? credi or tu forse
d’amar tuo figlio? Ami te stesso; e tutto
serve in tuo core al sol desio di regno.
Mostrati, e padre, e cittadin; che padre
non è tiranno mai: deh! tal ti mostra;
e un figlio in me ritroverai. La vita
dammi due volte: io schiavo, esser nol posso;
tiranno, esser nol voglio. O Bruto è figlio
di liber’uom, libero anch’egli, in Roma
libera: o Bruto, esser non vuole. Io sono
presto a versar tutto per Roma il sangue;
e in un per te, dove un Roman tu sii,
vero di Bruto padre… Oh gioja! io veggo
sul tuo ciglio spuntare un nobil pianto?
Rotto è del cor l’ambizioso smalto;
padre or tu sei. Deh! di natura ascolta
per bocca mia le voci; e Bruto, e Roma,
per te sien uno.
CESARE
… Il cor mi squarci… Oh dura
necessitá!… Seguir del core i moti
soli non posso. – Odimi, amato Bruto. –
Troppo il servir di Roma è omai maturo:
con piú danno per essa, e men virtude,
altri terralla, ove tenerla nieghi
Bruto di man di Cesare…
BRUTO
Oh parole!
Oh di corrotto animo servo infami
sensi! – A me, no, non fosti, né sei padre.
Pria che svelarmi il vil tuo core, e il mio
vil nascimento, era pietá piú espressa
me trucidar, tu, di tua mano…
CESARE
Oh figlio!…
BRUTO
Cedi, o Cesare…
CESARE
Ingrato, … snaturato…
che far vuoi dunque?
BRUTO
O salvar Roma io voglio,
o perir seco.
CESARE
Io ravvederti voglio,
o perir di tua mano. Orrida, atroce
è la tua sconoscenza… Eppure, io spero,
ch’onta ed orror ne sentirai tu innanzi
che in senato ci vegga il dí novello. –
Ma, se allor poi nel non volermi padre
ti ostini, ingrato; e se, qual figlio, sdegni
meco divider tutto; al dí novello,
signor mi avrai.
BRUTO
– Giá pria d’allora, io spero,
l’onta e l’orror d’esser tiranno indarno,
ti avran cangiato in vero padre. – In petto
non puommi a un tratto germogliar di figlio
l’amor, se tu forte e sublime prova
pria non mi dai del tuo paterno amore.
D’ogni altro affetto è quel di padre il primo;
e nel tuo cor de’ vincere. Mi avrai
figlio allora, il piú tenero, il piú caldo,
il piú sommesso, che mai fosse… Oh padre!
Qual gioja allor, quanta dolcezza, e quanto
orgoglio avrò d’esserti figlio!…
CESARE
Il sei,
qual ch’io mi sia: né mai contro al tuo padre
volger ti puoi, senza esser empio…
BRUTO
Ho nome
Bruto; ed a me, sublime madre è Roma. –
Deh! non sforzarmi a reputar mio vero
genitor solo quel romano Bruto,
che a Roma e vita e libertá, col sangue
de’ propri suoi svenati figli, dava.

Scena Terza

CESARE.
CESARE
Oh me infelice!… E fia pur ver, che il solo
figliuol mio da me vinto or non si dica,
mentr’io pur tutto il vinto mondo affreno?

 

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