La società dei magnaccioni


Gabriella e Luisa - La società dei magnaccioni - Alla renella

La società dei magnaccioni è diventata quasi un inno di Roma. Cosa sicuramente particolare. Credo sia molto raro che una città si autorappresenti all’esterno con un testo così crudo e sboccato.
Il testo di questa canzone, visto che è così importnate per la nostra città, merita di essere letto con un po’ di attenzione:

Fatece largo che passamo noi
sti giovanotti de’ sta Roma bella
semo ragazzi fatti cor pennello
e le ragazze famo innamora’
e le ragazze famo innamora’
Ma che ce frega ma che ce ‘mporta
se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua
e noi je dimo e noi je famo
c’hai messo l’acqua
nun te pagamo ma pero’
noi semo quelli
che j’arrisponnemmo ‘n coro
e’ mejo er vino de li Castelli
de questa zozza societa’

E si per caso vi e’ er padron de casa
de botto te la chiede la pigione
e noi jarrispondemo a sor padrone
t’amo pagato e ‘n te pagamo piu’
t’amo pagato e ‘n te pagamo piu’
Che ce arifrega che ce arimporta
se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua
e noi je dimo e noi je famo
c’hai messo l’acqua
nun te pagamo ma pero’
noi semo quelli
che j’arrisponnemmo ‘n coro
e’ mejo er vino de li Castelli
de questa zozza societa’
Ce piacciono li polli
li abbacchi e le galline
perche’ son senza spine
nun so’ come er baccala’
La societa’ dei magnaccioni
la societa’ della gioventu’
a noi ce piace de magna e beve
e nun ce piace de lavora’

Ma si pe’ caso la socera mòre
Se famo du’ spaghetti amatriciana,
Se famo un par de litri a mille gradi,
S’ambriacamo e ‘n ce pensamo più
S’ambriacamo e ‘n ce pensamo più.
Ma che ce frega ma che ce ‘mporta
se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua
e noi je dimo e noi je famo
c’hai messo l’acqua
nun te pagamo ma pero’
noi semo quelli
che j’arrisponnemmo ‘n coro
e’ mejo er vino de li Castelli
de questa zozza societa’

Portace ‘nantro litro
che noi se lo bevemo
e poi jarrisponnemo
embe’ embe’ che c’e’
E quanno er vino embe’
c’arriva al gozzo embe’
ar gargarozzo embe’
ce fa ‘n figozzo embe’
pe falla corta pe falla breve
mio caro oste portace da beve
da beve da beve

Online non si trova molto su questa canzone, pure così famosa. Sono quindi apprezzati tutti i commenti e i contributi dei lettori.

Sembrerebbe, ed il testo conviviale in parte lo conferma, che la canzone sia nata da alcune strofe messe insieme in qualche osteria a fine ottocento. La celebrità deriva dal lavoro fatto sul testo e sulla canzone da Gabriella Ferri. La versione forse oggi è più nota è quella cantata dalla stessa Ferri e Luisa De Santis:

Negli anni sessanta, le due cantanti e amiche formarono un duo, Luisa e Gabriella, prima che la Ferri iniziasse la sua carriera da solista. Del 1964 è il 45 giri che contiene Alla Renella e appunto La società dei magnaccioni. Il brano passò anche in televisione, sempre nel ’64 (a La fiera dei sogni), programma presentato da Mike Bongiorno. Ciò contribuì al grande successo di copie vendute (un milione e seicentomila copia, come scritto in questo articolo d’archivio del Corriere).

Il brano coglie qualcosa, di cui noi romani sembriamo esser fieri, e con cui anche negli altri posti d’Italia sembrano rappresentarci.

Eppure l’immagine dei “magnaccioni” non è proprio onorevole. Come è noto “magnaccia” è il nome gergale con cui è indicato chi sfrutta la prostituzione, e allargando ed indebolendo (almeno un po’) la connotazione negativa è colui che non lavora, il mantenuto, che sfrutta il lavoro altrui.

La versione di Luisa e Gabriella è però frutto di una rielaborazione sincera ma anche “colta”, ricercata. Le due voci poi son molto belle.

Il brano quindi, probabilmente, è stato abbastanza modellato. Anche su questo, chiediamo aiuto a chi conosce meglio la storia del brano.

Cosa indubbia, e particolare, è che il testo è cantato, nella finzione della canzone, da un gruppo di ragazzi, quindi già il fatto che che la reinterpretazione viene fatta da due giovani donne, dà al pezzo un certo garbo, una ironia che il testo letto “a secco”, non possiede.

Proprio per questo suo essere una specie di inno alla “gozzoviglia” il brano, soprattutto il titolo, è stato ripreso di frequente in articoli di giornale e in post per indicare i difetti di una società romana, e italiana, senza morale e valori. L’emblema della Roma degli sprechi, degli scansafatiche e degli scrocconi. E certo il testo ed il nostro (di noi romani) cazzeggiare infinito quando lo cantiamo sembra avvalorare lo stereotipo del “romano scroccone”.

Però, anche per aiutare i non romani a capirci un po’ meglio, voglio dire che La società dei magnaccioni non è solo questo.

Nel senso che per capire i romani bisogna provare a capire il rapporto tra delle persone, in gran parte gente semplice, ed una città grande davvero. Roma infatti è da ogni punto di vista una città eccezionale. Andando in giro per questa grande città ci si imbatte nelle tracce dei romani antichi, nel Colosseo, nella sua grandezza architettonica e nella sua violenza, in chiese di tutte le epoche, nel grandioso Barocco romano…Siamo, insomma, abituati a vivere quotidianamente, lo scorrere storico del tempo.

Il menefreghismo romano di cui La società dei magnaccioni è il simbolo è qualcosa che sicuramente conosciamo, che un po’ appartiene ad un certo modo di essere romano. Ma non lo è solo in “senso basso”. Il romano non se ne frega perchè è un essere senza valori e senza dignità che “nun c’ha voglia di lavorà”. E’ che sotto a questo cielo, il cielo di Roma, ne sono passate tante di storie, di idee e di parole; tanto che i romani mantengono una certa distanza verso molte (magari troppe eh!) delle cose del mondo.

 

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