Vittorio Alfieri – Bruto II – Atto quarto – Scene prima e seconda


CASSIO, CIMBRO.

CIMBRO

Quant’io ti dico, è certo: uscir fu visto

Bruto or dianzi di qui; turbato in volto,

pregni di pianto gli occhi, ei si avviava

ver le sue case. Oh! potrebbe egli mai

cangiarsi?…

CASSIO

Ah! no. Bruto ama Roma; ed ama

la gloria, e il retto. A noi verrá tra breve,

come il promise. In lui, piú che in me stesso,

credo, e mi affido. Ogni suo detto, ed opra,

d’alto cor nasce; ei della patria sola

l’util pondera, e vede.

CIMBRO

Eccolo appunto.

CASSIO

Non tel diss’io?

 

Scena seconda

 

BRUTO, CASSIO, CIMBRO.

BRUTO

Che fia? voi soli trovo?

CASSIO

E siam noi pochi, ove tu a noi ti aggiungi?

BRUTO

Tullio manca…

CIMBRO

Nol sai? precipitoso

ei con molti altri senatori usciva

di Roma or dianzi.

CASSIO

Il gel degli anni in lui

l’ardir suo prisco, e la virtude agghiaccia…

BRUTO

Ma non l’estingue. Ah! niun Romano ardisca

il gran Tullio spregiar. Per esso io ’l giuro,

che a miglior uopo, a pro di Roma, ei serba

e libertade e vita.

CASSIO

Oh noi felici!

Noi certi almen, siam certi, o di venirne

a onorata laudevole vecchiezza,

liberi; o certi, di perir con Roma,

nel fior degli anni.

BRUTO

Ah! sí; felici voi!…

Nol son io, no; cui riman scelta orrenda

fra il morir snaturato, o il viver servo.

CASSIO

Che dir vuoi tu?

CIMBRO

Dal favellar tuo lungo

col dittator, che ne traesti?

BRUTO

Io?… nulla

per Roma; orrore e dolor smisurato

per me; stupor per voi, misto fors’anco

di un giusto sprezzo.

CIMBRO

E per chi mai?

BRUTO

Per Bruto.

CIMBRO

Spregiarti noi?

CASSIO

Tu, che di Roma sei,

e di noi, l’alma?…

BRUTO

Io son,… chi ’l crederia?…

Misero me!… Finor tenuto io m’era

del divin Cato il genero, e il nipote;…

e del tiranno Cesare io son figlio.

CIMBRO

Che ascolto? Esser potrebbe?…

CASSIO

E sia: non toglie,

che il piú fero nemico del tiranno

non sia Bruto pur sempre: ah! Cassio il giura.

BRUTO

Orribil macchia inaspettata io trovo

nel mio sangue; a lavarla, io tutto il deggio

versar per Roma.

CASSIO

O Bruto, di te stesso

figlio esser dei.

CIMBRO

Ma pur, quai prove addusse

Cesare a te? Come a lui fede?…

BRUTO

Ah! prove,

certe pur troppo, ei mi adducea. Qual padre

ei da pria mi parlava: a parte pormi

dell’esecrabil suo poter volea

per ora, e farmen poscia infame erede.

Dal tirannico ciglio umano pianto

scendea pur anco; e del suo guasto cuore,

senza arrossir, le piú riposte falde,

come a figlio, ei mi apriva. A farmi appieno

convinto in fine, un fatal foglio (oh cielo!)

legger mi fea. Servilia a lui vergollo

di proprio pugno. In quel funesto foglio,

scritto pria che si alzasse il crudel suono

della tromba farsalica, tremante

Servilia svela, e afferma, ch’io son frutto

dei loro amori; e in brevi e caldi detti,

ella scongiura Cesare a non farsi

trucidator del proprio figlio.

CIMBRO

Oh fero,

funesto arcano! entro all’eterna notte

che non restasti?…

CASSIO

E se qual figlio ei t’ama,

nel veder tanta in te virtú verace,

nell’ascoltar gli alti tuoi forti sensi,

come resister mai di un vero padre

potea pur l’alma? Indubitabil prova

ne riportasti omai, che nulla al mondo

Cesare può dal vil suo fango trarre.

BRUTO

Talvolta ancora il ver traluce all’ebbra

mente sua, ma traluce in debil raggio.

Uso in campo a regnar or giá molti anni,

fero un error lo invesca; ei gloria somma

stima il sommo poter; quindi ei s’ostina

a voler regno, o morte.

CIMBRO

E morte egli abbia

tal mostro dunque.

CASSIO

Incorreggibil, fermo

tiranno egli è. Pensa omai dunque, o Bruto,

che un cittadin di Roma non ha padre…

CIMBRO

E che un tiranno non ha figli mai…

BRUTO

E che in cor mai non avrá Bruto pace. -Sí,

generosi amici, al nobil vostro

cospetto io ’l dico: a voi, che in cor sentite

sublimi e sacri di natura i moti;

a voi, che impulso da natura, e norma,

pigliate all’alta necessaria impresa,

ch’or per compiere stiamo; a voi, che solo

per far securi in grembo al padre i figli,

meco anelate or di troncar per sempre

la tirannia che parte e rompe e annulla

ogni vincol piú santo; a voi non temo

tutto mostrare il dolore, e l’orrore,

che a brani a brani il cuor squarciano a gara

di me figlio di Cesare e di Roma.

Nemico aspro, implacabil, del tiranno

io mi mostrava in faccia a lui; né un detto,

né un moto, né una lagrima appariva

di debolezza in me; ma, lunge io appena

dagli occhi suoi, di mille furie in preda

cadeami l’alma. Ai lari miei men corro:

ivi, sicuro sfogo, alto consiglio,

cor piú sublime assai del mio, mi è dato

di ritrovar: fra’ lari miei la illustre

Porzia di Cato figlia, a Cato pari,

moglie alberga di Bruto…

CASSIO

E d’ambo degna

è la gran donna.

CIMBRO

Ah! cosí stata il fosse

anco Servilia!

BRUTO

Ella, in sereno e forte

volto, bench’egra giaccia or da piú giorni,

me turbato raccoglie. Anzi ch’io parli,

dice ella a me: «Bruto, gran cose in petto

da lungo tempo ascondi; ardir non ebbi

di domandarten mai, fin che a feroce

prova, ma certa, il mio coraggio appieno

non ebbi io stessa conosciuto. Or, mira;

donna non sono». E in cosí dir, cadersi

lascia del manto il lembo, e a me discuopre

larga orribile piaga a sommo il fianco.

Quindi soggiunge: «Questa immensa piaga,

con questo stil, da questa mano, è fatta,

or son piú giorni: a te taciuta sempre,

e imperturbabilmente sopportata

dal mio cor, benché infermo il corpo giaccia;

degna al fin, s’io non erro, questa piaga

fammi e d’udire, e di tacer, gli arcani

di Bruto mio».

CIMBRO

Qual donna!

CASSIO

A lei qual puossi

uom pareggiare?

BRUTO

A lei davante io quindi,

quasi a mio tutelar Genio sublime,

prostrato caddi, a una tal vista; e muto,

piangente, immoto, attonito, mi stava. –

Ripresa poscia la favella, io tutte

l’aspre tempeste del mio cor le narro.

Piange al mio pianger ella; ma il suo pianto

non è di donna, è di Romano. Il solo

fato avverso ella incolpa: e in darmi forse

lo abbraccio estremo, osa membrarmi ancora,

ch’io di Roma son figlio, a Porzia sposo,

e ch’io Bruto mi appello. – Ah! né un istante

mai non diedi all’oblio tai nomi, mai:

e a giurarvelo, vengo. – Altro non volli,

che del mio stato orribile accennarvi

la minor parte; e d’amistá fu sfogo

quant’io finora dissi. – Or, so; voi primi

convincer deggio, che da Roma tormi,

né il può natura stessa… Ma, il dolore,

il disperato dolor mio torrammi

poscia, pur troppo! e per sempre, a me stesso.

CIMBRO

Romani siamo, è ver; ma siamo a un tempo

uomini; il non sentirne affetto alcuno,

ferocia in noi stupida fora… Oh Bruto!…

Il tuo parlar strappa a me pure il pianto.

CASSIO

Sentir dobbiam tutti gli umani affetti;

ma, innanzi a quello della patria oppressa,

straziata, e morente, taccion tutti:

o, se pur parlan, l’ascoltargli a ogni uomo,

fuor che a Bruto, si dona.

BRUTO

In reputarmi

piú forte e grande ch’io nol son, me grande

e forte fai, piú ch’io per me nol fora. –

Cassio,ecco omai rasciutto ho il ciglio appieno. –

Giá si appressan le tenebre: il gran giorno

doman sará. Tutto di nuovo io giuro,

quanto è fra noi giá risoluto. Io poso

del tutto in voi; posate in me: null’altro

chieggo da voi, fuor che aspettiate il cenno

da me soltanto.

CASSIO

Ah! dei Romani il primo

davver sei tu. – Ma, chi mai vien?…

CIMBRO

Che veggio?

Antonio!

BRUTO

A me Cesare or certo il manda.

State; e ci udite.

 

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