Vittorio Alfieri – Bruto II – Atto quarto – Scena Terza


ANTONIO, CASSIO, BRUTO, CIMBRO.

ANTONIO
In traccia, o Bruto, io vengo
di te: parlar teco degg’io.
BRUTO
Favella:
io t’ascolto.
ANTONIO
Ma, dato emmi l’incarco
dal dittatore…
BRUTO
E sia ciò pure.
ANTONIO
Io debbo
favellare a te solo.
BRUTO
Io qui son solo.
Cassio, di Giunia a me germana è sposo;
del gran Caton mio suocero, l’amico
era Cimbro, e il piú fido: amor di Roma,
sangue, amistá, fan che in tre corpi un’alma
sola siam noi. Nulla può dire a Bruto
Cesare mai, che nol ridica ei tosto
a Cassio, e a Cimbro.
ANTONIO
Hai tu comun con essi
anco il padre?
BRUTO
Diviso han meco anch’essi
l’onta e il dolor del tristo nascer mio:
tutto ei sanno. Favella. – Io son ben certo,
che in sé tornato Cesare, ei t’invia,
generoso, per tormi or la vergogna
d’esser io stato d’un tiranno il figlio.
Tutto esponi, su dunque: aver non puoi
del cangiarsi di Cesare sublime,
da re ch’egli era in cittadin, piú accetti
testimon mai, di questi. – Or via, ci svela
il suo novello amore alto per Roma;
le sue per me vere paterne mire;
ch’io benedica il dí, che di lui nacqui.
ANTONIO
– Di parlare a te solo m’imponeva
il dittatore. Ei, vero padre, e cieco
quanto infelice, lusingarsi ancora
pur vuol, che arrender ti potresti al grido
possente e sacro di natura.
BRUTO
E in quale
guisa arrendermi debbo? a che piegarmi?…
ANTONIO
A rispettare e amar chi a te diè vita:
ovver, se amar tuo ferreo cuor non puote,
a non tradire il tuo dover piú sacro;
a non mostrarti immemore ed indegno
dei ricevuti benefizj; in somma,
a mertar quei, ch’egli a te nuovi appresta. –
Troppo esser temi uman, se a ciò ti pieghi?
BRUTO
Queste, ch’or vuote ad arte a me tu dai,
parole son; stringi, e rispondi. È presto
Cesare, al dí novello, in pien senato,
a rinunziar la dittatura? è presto
senza esercito a starsi? a scior dal rio
comun terror tutti i Romani? a sciorne
e gli amici, e i nemici, e in un se stesso?
a render vita alle da lui sprezzate
battute e spente leggi sacrosante?
a sottoporsi ad esse sole ei primo? –
Questi son, questi, i benefizj espressi,
cui far può a Bruto il genitor suo vero.
ANTONIO
Sta bene. – Altro hai che dirmi?
BRUTO
Altro non dico
a chi udirmi non merta. – Al signor tuo
riedi tu dunque, e digli; che ancor spero,
anzi, ch’io credo, e certo son, che al nuovo
sole in senato utili cose ed alte,
per la salvezza e libertá di Roma,
ei proporrá: digli, che Bruto allora,
di Roma tutta in faccia, a’ piedi suoi
cadrá primier, qual cittadino e figlio;
dove pur padre e cittadino ei sia.
E digli in fin, ch’ardo in mio core al paro
di far riviver per noi tutti Roma,
come di far rivivere per essa
Cesare…
ANTONIO
Intendo. – A lui dirò quant’io,
(pur troppo invan!) gran tempo è giá, gli dissi.
BRUTO
Maligno messo, ed infedel, ti estimo,
infra Cesare e Bruto: ma, s’ei pure
a ciò te scelse, a te risposta io diedi.
ANTONIO
Se a me credesse, e all’utile di Roma.
Cesare omai, messo ei non altro a Bruto
dovria mandar, che coi littor le scuri.

 

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